l’idea che rivoluzionerà il mondo

L’idea che rivoluzionerà il mondo

Una cosa è certa. Mancano le idee. 

Cosa è successo? Davvero ci siamo impigriti o la colpa è del tempo che passa? e si, perché ogni secondo che passa, in tutto il mondo vengono scattate milioni di fotografie… alcune vedranno la luce attraverso i social network, alcune rimarranno conservate negli hard disk per anni senza mai vedere la luce, fatto sta che se oggi abbiamo una idea “geniale” è probabile che in qualche parte del mondo, sia già stata realizzata da qualcuno altro… Ci sono troppe variabili da considerare…

Parliamoci chiaro. Oggi avere una buona idea in fotografia significa “fare il botto”… significa diventare famosi in un mese. Forse meno.

Sicuramente quando odora di novità (in tutti i sensi)… sembra facile… ma è più complicato del previsto.

Anche perché una buona idea, una idea nuova a cui nessuno aveva già pensato prima di noi, è una cosa talmente rara che davvero… forse non esiste.

E anche se esistesse, bisognerebbe avere modo e mezzi per proporla al mondo… e si ritorna al discorso affrontato in precedenza qui… http://trabuioeluce.com/fotografi-nellombra/

Ma consideriamo per un secondo che la nostra strada sia spianata… mettiamo per un secondo che abbiamo un gancio che ci spalanchi le porte del mondo della carta stampata, come ad esempio giornali e riviste del settore… mettiamo anche che siamo amici di qualcuno che sia un guru della comunicazione e che questi ci conduca, da dietro le quinte, verso la strada della notorietà e del successo…

il problema più grande restano sempre e comunque le idee… quelle buone.

In che senso? Oramai tutto è stato già fotografato. E se ancora manca qualcosa vuol dire che è qualcosa che NON va fotografato o che sarebbe quantomeno inopportuno fotografare. Bisogna tenere presente infatti che se qualcosa ci rende famosi, sarà proprio quel qualcosa ad essere il nostro bigliettino da visita… ciò per cui saremo ricordati insomma. Potrebbe essere qualcosa che magari fa schifo anche a noi ma che abbiamo voluto fotografare a tutti i costi per arrivare a quella notorietà tanto desiderata… quindi meglio pensarci bene prima e non prendere facili ma autodistruttive scorciatoie.

Tutto il bello è già stato fotografato. Tutto l’utile è già stato fotografato. Tutto è già stato fotografato…

E allora? 

e allora benché le probabilità siano poche oramai per fare foto geniali o innovative, come potevano essere quelle di Toscani del 2005, per una sua campagna pubblicitaria, quando ritraeva omosessuali intenti a baciarsi e palpeggiarsi… episodio che divise l’opinione pubblica e che ebbe un rumore mediatico impressionante anche paragonato al tamtam da social network di oggi… o foto utili come potevano essere quelle di Berengo Gardin che denunciava la condizione dei malati ricoverati nei manicomi… o addirittura foto che inventano un “dialetto nel linguaggio“… cosa che ha fatto Maurizio Galimberti con le sue opere “fatte” di polaroid… spettacolari… e potrei continuare… non dobbiamo disperarci… dobbiamo solo pensare. 

Pensare che tutti i famosi fotografi che studiamo hanno avuto la loro idea geniale e l’hanno saputa valorizzare… altri tempi? forse ma la colpa non è solo del tempo, o almeno non proprio… vi spiego perché…

credo che la cosa fondamentale e imprescindibile della riuscita di qualsiasi progetto sia proprio il conoscere ciò di cui si sta parlando…

Parlare di ciò che si conosce è la maniera migliore di parlare di qualcosa. Senza se e senza ma. 

è inutile buttarsi in un teatro di guerra come fotoreporter se non si conoscono a fondo le motivazioni che hanno scatenato quella guerra… non sapremo nemmeno cosa fotografare, figurarsi poi sperare di beccare le foto che ci daranno notorietà per il resto della vita…

è inutile buttarsi dentro una sala parto per fotografare il miracolo della nascita se non si conoscono nemmeno quali siano i tempi e le modalità di quest’evento… o per le stesse ragioni tuffarsi in un servizio fotografico di matrimonio…

è inutile fotografare una passerella di moda se la moda non la conosco da dietro le quinte… la passerella è l’ultimo atto… diciamo il più inutile e scontato.

 

perché tanto il sensazionale o lo si becca con una grande botta di “fortuna” o si rimarrà una vita intera a inseguire qualcosa che non si sa nemmeno come sia fatto e che forma abbia e, per assurdo… non si sa nemmeno se esiste.

Il progetto, inteso come idea… idea buona come dicevamo all’inizio, SE è valido… rimarrà valido.

Parlare (e quindi fotografare) di quello che si conosce dicevo… Marc Asnin è l’esempio lampante di questa teoria.

Marc Asnin ha portato avanti il suo progetto, la sua idea, per 30 anni…

Oggi quella idea, quel progetto, è un libro, “Uncle Charlie“, edito in Italia da Contrasto.

Allego un estratto della descrizione del libro…

Sin dagli inizi degli anni Ottanta, quando Asnin comincia a studiare fotografia, la condizione di vita di suo zio stimola la sua fantasia. Charlie e i suoi cinque figli (Charles, Joe, Brian, Mary e Jamie) vivono insieme a Bushwich, Brooklyn. Fragile, depresso ed emotivamente instabile, incapace di lavorare, incapace addirittura di lasciare il suo appartamento, Charlie Henschke è una sorta di relitto umano. Il libro è un documento visivo eccezionale che include testi, immagini e documenti a comporre un diario della vita di Charlie: la sua lotta contro la malattia mentale, l’isolamento, la povertà, i suoi legami familiari.

Asnin usa la fotografia per compiere un viaggio che si trasforma quasi in un’ossessione, nella volontà di capire delle verità, anche spiacevoli, riguardo lo zio e la sua famiglia.

Ecco trasformata una idea, un progetto valido in qualcosa che non c’era…

sicuramente non sarà l’unico reportage su di uomini affetti da malattia mentale, lo stesso Berengo Gardin che citavo prima ha parlato della stessa materia. Qui però ci troviamo di fronte a qualcosa di già visto MA di completamente diverso. Qui il nipote Asnin parla dello zio Chiarlie… vivendo il suo dramma da vicino. Vivendo nel suo ambiente, respirando per trentanni la sua stessa aria, vivendo quasi in prima persona quelle vicende che gli altri sfiorano soltanto in superficie.

Ecco che allora Uncle Charlie diventa un progetto che durante i suoi trentanni ha assunto una maturità tale da essere preso seriamente in considerazione… essere seriamente un punto di riferimento. Sicuramente questo libro risulterà più completo rispetto al bellissimo ed intenso reportage dello stesso Berengo Gardin.

E la differenza sta proprio nel fatto che conoscere la materia ha fatto ancora una volta la differenza. Parlare di ciò che si conosce ci permette di parlarne meglio. 

Sicuramente nel caso di Berengo Gardin, per sua fortuna (o sfortuna) non conoscendo e soprattutto non vivendo il dramma, il suo racconto risulterà per forza di cose più distaccato. E’ naturale. 

D’altronde anche Lisetta Carmi fotografò gli omosessuali e travestiti decenni prima di Oliviero Toscani. Il progetto di Lisetta Carmi durò 6 anni… ancora una volta due cose uguali ma diverse. La Carmi conosceva quel mondo… frequentava quelle persone perché aveva amici in comune, andava alle loro feste… insomma voleva raccontare con rispetto quel mondo allora tabù… Toscani invece decenni dopo ha voluto stuzzicare l’opinione pubblica… due grandi lavori fotografici sullo stesso tema… uno di reportage (Lisetta Carmi) e uno pubblicitario (Oliviero Toscani) che trattano dello stesso argomento… talmente diversi tra di loro che i viene difficile anche solo pensare di metterli a confronto.

Ma allora Toscani che non conosceva il mondo degli omosessuali… come ha fatto a fare quelle foto così efficaci? Perché Toscani conosce molto bene un altro mondo… quello della comunicazione e della pubblicità… cosa rara oggigiorno.

Ma questo deve impedirmi di fotografare cose che non conosco a fondo? No, non sto dicendo questo. Sto dicendo che fotografare ciò che è patrimonio della nostra cultura personale ci farà ottenere un risultato sicuramente migliore. 

Parlare e quindi fotografare ciò che conosciamo.

Anche se non è una novità assoluta… se anche qualcuno prima di noi ne ha parlato, non vuol dire che noi non possiamo parlarne meglio… Ecco che quindi,

l’idea non è più geniale o nuova… ma l’idea deve essere fatta di “qualità”… l’unico vero ingrediente che ci potrà servire. Non serve altro. 

Fare il proprio e farlo bene. 

Se il nostro “io” parla di periferia metropolitana, allora fotografiamola. Se il nostro “io” parla di guerra, allora fotografiamola. Se il nostro “io” parla di moda allora fotografiamola. Se il nostro “io” parla di nudo allora fotografiamolo. Se il nostro “io” parla di mare, allora fotografiamolo.

Un progetto sentito e sensato sarà sicuramente migliore di un progetto “studiato” a tavolino. Quando il nostro progetto parlerà di noi e quando noi saremo in grado di parlare del nostro progetto, sarà il momento il cui potremmo presentare il nostro lavoro al mondo.

Chiudo qui. Come sempre lascio alcuni link per chi volesse approfondire o semplicemente leggere qualcos’altro.

http://trabuioeluce.com/limportanza-del-reportage/

http://trabuioeluce.com/il-ritratto/

http://trabuioeluce.com/fotografare-sottraendo/

 

2 thoughts on “l’idea che rivoluzionerà il mondo

  1. Io amo i progetti fotografici,amo pensare alla prossima foto che farò pensando che riesca a trasmettere quello che provo io,ma e difficile per me essere nella mia mente figuriamoci entrare in quella di altri!
    Per l’esperienza che ho in ambito fotografico credo che i progetti o meglio le foto costruite,non siano altro che la verità in cui crediamo in quel momento e forse bisogna chiedersi quale sia per noi la verità.
    Credo che prima di creare i fotografi da te citati bisogna essere persone che sappiano quale sia il significato della parola Comunicazione, allora e dico allora i progetti avranno un senso altrimenti il risultato finale sarà simile a quello che rispondono le persone quando vedono un opera e non sanno darle una spiegazione e si mettono a sparare cavolate senza senso….sennò ti dicono”non riesco a spiegare quello che provo perché non te lo so dire a parole….” allora significa che non conosciamo le emozioni che ci attraversano!
    L’idea che rivoluzionerà il mondo per me e quella che riesce a trasmettere quello che colma un tuo vuoto personale,e quindi per ognuno sarà qualcosa di diverso e come dici tu di “già visto”,ma in fondo non e importante che sbanchi i botteghini,l’importante e che sappia dare vita alle nostre emozioni sopite dalle troppe foto che soffocano la nostra mente.
    Ciao Gigio

    1. certo Alessio… “fare il proprio e farlo bene”… come dico sempre.
      Ormai di “non visto” c’è rimasto poco o nulla… non ci rimane altro che puntare sulle nostre emozioni e soprattutto sulla qualità.
      Il resto viene da se, e se anche come dici tu non sbancheremo il botteghino, l’importante è che ci sia riconosciuta almeno la dote di aver scattato delle “BUONE” fotografie.
      Ciao mitico.

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