Analogico – Puntata 1

Prefazione

Quando preparo la valigia per le vacanze decido sempre, in parallelo, cosa mettere nella valigia fotografica.

Mi sono ripromesso di scattare in analogico. Allora prendo la mia Nikon F3, porto due rulli Kodak Tmax 400 e una lente 35mm. Il 35 è un walimex f/1.4.

Naturalmente porto tanto altro, porto la reflex digitale, porto anelli adattatori per le lenti vintage sul digitale, porto altre lenti per l’analogica… ma la configurazione scritta su, ossia F3 + 35mm f/1.4 + Tmax 400 sono le protagoniste di questa storia.

Kodak Tmax 400

Pellicola bellissima, in bianco e nero… pancromatica in bianco e nero, quindi sensibile a tutto lo spettro colore.

Arriva il giorno

Decido di fotografare i miei figli in uno dei momenti di “strana calma” estiva. Forse erano sfiniti, e non c’era momento migliore di quello. Nulla di preparato. Una bellissima luce naturale illuminava il “set”.

Carico la pellicola nella mia F3 chiudo lo sportellino posteriore e scatto. Carico e scatto. Carico e scatto. Carico e scatto ancora, e il contatore delle foto sul dorso della macchina segna 0. Siamo pronti.

Mi posiziono li… davanti a loro. Scatto 36 fotografie. Il tutto dura più o meno sette… forse dieci minuti…

Una volta finito, vengo pervaso da una sensazione di piacere e soddisfazione difficilmente descrivibile, e mi rimbomba un suono nelle orecchie… clank!

Clank!!! Per capire che significa, facciamo un piccolo salto indietro nel tempo…

Qualche giorno, prima delle vacanze mi era capitato di scattare delle foto con una mirroless… direi che la differenza a livello di emozioni è stata imbarazzante.

La sola differenza di rumore tra i due apparecchi, mirrorless e analogica, è imbarazzante… per le mirroless.

Per capirci, quando scatti con la mirroless fai un suono così… pfffh.

Quando scatti con una analogica fai un “rumore” così… CLANK!!!

Diciamo che la mirrorless fa una scureggetta… la F3 da una martellata. E la sensazione che ti da martellare le immagini, la sensazione che hai di imprimerle sulla pellicola, ti fa sentire uno stampatore anni 40 che muoveva macchinari in ghisa giganteschi nella sua vecchia stamperia, quando confezionava uno a uno volantini pubblicitari della drogheria all’angolo. Una sensazione unica.

La botta che avverti nella mano quando scatti, la vibrazione che ti causa il pollice quando carichi la pellicola e la prepari per il prossimo scatto, è già questo un coinvolgimento “fisico” che si ha con la fotografia. Sembra quasi che le fotografie non le stai solo scattando, le stai creando.

Guardare attraverso una finestra

Dimenticare gli automatismi. Che goduria.

Io sono già abituato a scattare in modalità “M” con la mia reflex digitale. Non mi piace che un software prenda decisioni al posto mio, ma di questo parleremo ampiamente in uno dei prossimi articoli.

Dicevo, con l’analogica, già solo guardare dentro il mirino è come affacciarsi alla finestra. Da un buco piccolo viene fuori un mondo intero. E’ strana la sensazione che si ha di tridimensionalità, ma è davvero bellissima.

Controlli che il diaframma sia all’apertura che hai deciso, che i tempi sulla macchina siano adeguati al diaframma e alla luce con cui scatti, punti e guardi tutto chiaro, grande e nitido… metti a fuoco a mano, dove vuoi tu che sia a fuoco e… CLANK!!!

Fatta la foto. Impressa su un negativo… eterna. Fisica. La puoi toccare con mano.

Vai avanti così per 36 volte… e poi

Riavvolgi

Finito il rullo, riavvolgi il tutto. Giri la manovella e quando senti sotto le dita che ormai tutta la pellicola è di nuovo al sicuro dentro all’involucro metallico del rullino, apri lo sportellino della macchina fotografica ed è tutto lì.

E’ stato strano spiegare ai miei figli, di 6 e 4 anni e mezzo, che le loro foto fossero nella “bottiglietta”… così hanno ribattezzato il rullino… bottiglietta.

Volevano vedere come erano venute le foto e quando ho detto loro… “sono qui dentro”… loro mi fanno… “in quella bottiglietta? tirale fuori e faccele vedere”…

Nuove generazioni… abituati al digitale. Che peccato…

Conserva tutto

Uno dei dilemmi dell’analogico è che non sai mai, fino a quando non sviluppi, se le foto ti siano venute o meno, o se le foto sono a fuoco, troppo chiare, troppo scure, troppo mosse etc…

Una cosa è sicura, pur avendo un laboratorio che ti sviluppa le foto immediatamente dopo il riavvolgimento del rullino, prima di accorgerti di qualche eventuale problema è già passata un’ora…

Sviluppo, stop, fissaggio, lavaggio e asciugatura del negativo… e successivamente sviluppo, stop, fissaggio e lavaggio della foto su carta… solo dopo tutti questi processi e passaggi, puoi accorgerti se le foto ci sono e se sono buone.

Per un qualsiasi motivo se le foto non ti vanno bene e vuoi riscattarle, stai sicuro e certo che ormai l’attimo è passato, e che quelle foto così come le hai viste, pensate e progettate la prima volta non ci saranno più.

L’attimo che cogli quando decidi di scattare dura un duemillesimo di secondo… poi sparisce. Figurarsi cercare di ricrearlo dopo ore o dopo giorni.

Il digitale ha semplificato la vita, questo è indubbio… ma si è persa comunque la magia della fotografia.

Ho fatto tesoro di quei 7 minuti con i miei figli e ho creato una striscia di 36 pose su pellicola. Stop. Quel che è fatto e fatto.

Chiudete il rullino

Un consiglio che mi sento di dare è quello di finire il rullino.

Chiudetelo ogni volta che iniziate a scattare.

E’ una operazione che possiamo permetterci visto che, chi ha appena iniziato a curiosare nel mondo dell’analogico come il sottoscritto, sa che le foto analogiche (per adesso) rappresentano una bassissima percentuale di tutte le foto che scattiamo.

Dovessimo sviluppare centinaia di rullini a settimana, allora il discorso cambierebbe, ma uno ogni tanto… chiudetelo.

Scattate tutte e 36 le pose. Che siano piene o scattate col tappo. Ma chiedetelo. Pensate ad un rullino come ad una cartella di Windows. Nella stessa cartella sul vostro hardisk non mettete insieme le foto della vacanza e le foto fatte alla modella…

Perché?

Perché ogni set è diverso dall’altro, ogni set ha una luce diversa, ogni set ha una senso diverso. Mettere nelle 36 pose dei ritratti ai miei bambini, due panorami, tre tramonti e cinque foto ai gattini, non avrebbe avuto senso per una semplicissima motivazione. Perché i negativi sono uniti fisicamente tra di loro. Conservare poi pezzettini di pellicola contenenti cose diverse, è brutto, disordinato e anche poco pratico.

Come secondo punto, perché sprecare l’occasione di fare dei ritratti su pellicola e fermarmi a 15 pose e sprecarne 21 per fotografare banalità? questi sono gli errori grossolani che si facevano anni fa… ossia lasciare il rullo in macchina fino alla prossima sessione di scatti.

Infatti come spesso accadeva in passato, quando tutti scattavamo su pellicola con le compattine, passavano mesi tra una sessione ed un’altra senza ancora finire il rullo… E ci si ritrovava sulla stessa striscia di pellicola la cena di natale e il pranzo di ferragosto, con in mezzo il compleanno di nonna Maria.

La pellicola è “sacra” in quanto eterna… tangibile… fisica…

Per i gattini e i tramonti, usiamo il cellulare (se proprio non possiamo farne a meno).

Chiudo il cilindretto di plastica che protegge il rullino, lo ripongo al sicuro in borsa e attendo di svilupparlo in camera oscura…

La camera oscura…

A presto con la continuazione del mio racconto analogico.

Come sempre vi lascio dei link:


			

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.